Credo di avere da sempre un problema mai diagnosticato: dal basso dei miei 158 cm, mi ritrovo con un cuore sproporzionato alla mia altezza.
Nel tempo ha subìto molti lavori di manutenzione: si è diviso, è cresciuto a dismisura, creando nuove stanze per collezionare tutta la vita — non solo cose, ma persone, luoghi, ricordi. Si è adattato al mondo, invece che a me.
È stato maltrattato da chi non ha saputo prenderlo in prestito e capirlo, e soprattutto da me, che non l’ho ri-cucito con affetto e non l’ho mai davvero accettato. Perché, in fondo, la questione è solo una: un cuore più grande di me(l) un problema non è.
Sentire tanto mi ha sempre spaventata.
È come se i temporali fossero ogni volta necessari per affogare le emozioni, in particolare quelle fatte di nuvole scure cariche di tempesta. Ci sono poi i raggi di sole — quelle emozioni che vorrei sentire forti e invece faticano ad attraversare le nuvole che mi porto dentro, come se temessi che brillino troppo. L’idea che tutto questo potesse essere una parte di me, e non un difetto da nascondere sotto il tappeto, non mi è mai parsa possibile… fino a poco tempo fa.
Dopo anni di lavori in corso, sto imparando a lasciarmi illuminare e ho capito che è arrivato il tempo di sistemare gli strappi, di smettere di chiedermi «perché sono così» e di arredare una stanza tutta mia dentro un cuore che ho sempre creduto non avesse spazio per me.
Amar(si) non è semplice, ma in un cuore dove tengo tutto ciò che amo, ci posso essere anch’io. Ed è già un inizio.

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