C’è chi ricorda con affetto l’amico immaginario della propria infanzia, compagno di grandi discorsi e avventure più o meno inventate.
Il mio si chiamava Ansia. Che gran botta di culo.
Se torno indietro, credo di averlo accanto da sempre. Mi rivedo ancora alle elementari, a contare le frasi lette ad alta voce, cercando di individuare il punto esatto in cui sarebbe toccato a me. Così potevo prepararmi, o forse dovrei dire agitarmi, per anticipare ogni possibile inciampo. Perché un errore è una catastrofe. No?
Non credo sia davvero iniziata lì, prima ci sarà stato sicuramente altro, questa enorme paura di sbagliare. Di non fare abbastanza. Di non essere abbastanza. Di deludere le aspettative, di chi, poi, è un’altra bella questione.
Negli anni, gli inciampi hanno cambiato forma: meno parole dette balbettando, più emozioni e pensieri che spesso mi mandano in sovraccarico, tanto da costringermi a mettere in pausa tutto e chiedermi se sto vivendo nel modo giusto.
In mezzo a tutto questo, una domanda, silenziosa fuori e martellante dentro, ma sempre costante: e se quello che desidero non fosse “di più”, ma solo stare bene?
Credo di non avere grandi ambizioni da raccontare e nemmeno traguardi da esibire, sicuramente non quelli che il mondo per com’è ora sembra aspettarsi da me e da tutti quelli della nostra generazione. Ho solo una gran voglia di sentirmi tranquilla, di non avere sempre la sensazione di essere sul punto di cedere, di non dover combattere ogni giorno contro di me.
Eppure mi capita spesso di pensare che questo significhi essere meno.
Meno determinata, meno interessante, meno abbastanza.
Sto provando a vedere le cose diversamente: chi sarei io senza il mio cuore?
Forse è solo intenso.
Forse non devo smettere di sentire così tanto per funzionare e gli inciampi non sono errori da evitare, ma modi un po’ traballanti di andare avanti.

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